INTERVISTA A LAILA SIMONCELLI

ISMED-Mediazione / ADRMEDLAB - Interviste di Francesca Chirico
Laila Simoncelli
, avvocato, esperta nella tutela dei diritti umani, Responsabile generale del servizio diritti umani e giustizia e consulente per la rappresentanza alle Nazioni Unite della Comunità Papa Giovanni XXIII. Coordinatrice della Campagna nazionale del “Ministero della Pace – Una scelta di Governo”.
In questa articolata intervista abbiamo chiesto a Laila Simoncelli di raccontarci del suo impegno per la diffusione della cultura della nonviolenza e della Campagna lanciata proprio dalla Comunità Papa Giovanni XIII per l'istituzione di un Ministero della Pace nel nostro Paese.

"Solo costruendo giorno dopo giorno la Pace si genera un tessuto sociale positivo,
che superi le forze disgreganti, i populismi e le crisi,
in grado di reagire alle spinte violente che scaturiscono dai conflitti"


"Da quando l'uomo esiste ha sempre organizzato la guerra. È ora di organizzare la pace". È un'espressione di don Oreste Benzi, il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII cui lei è legata. È una bella immagine quella di organizzare la pace: suggerisce che non è un evento che accade da solo, ma che va pensato, ordinato, concretizzato. La vostra campagna per l'istituzione del Ministero della Pace nel nostro Paese fa notare che manca una cabina di regia istituzionale. Vuole raccontarci concretamente come immaginate di organizzare la Pace?
La pace può essere adeguatamente mantenuta, pianificata e sostenuta solo disinnescando con infrastrutture specifiche quei fattori che contribuiscono alla violenza, alla apertura di tensioni e conflitti civili, siano essi fattori attitudinali o comportamentali, o fattori relativi alle più ampie condizioni socioeconomiche, culturali e politiche. Ogni Paese ha bisogno di istituzioni e strutture in grado di creare e sostenere società pacifiche.
Il ripudio della guerra della nostra Carta Costituzionale all’art.11 non può assumere valore semplicemente esortativo o programmatico, ma ha un valore vincolante e precettivo. Il dettato della Carta richiede di superare il concetto di pace come mera assenza di guerra (pace negativa), per abbracciare un concetto di pace positiva, come insieme di atteggiamenti, istituzioni e strutture in grado di creare e sostenere società pacifiche, coerentemente con l’obiettivo 16 dell’Agenda 2030 “Pace, giustizia e istituzioni solide”. Esiste uno spazio precettivo costituzionale che abbisogna di una declinazione e di una cura nell’assetto ministeriale che ad oggi non trova significativo riscontro attuativo.
Abbiamo bisogno di nuovi paradigmi istituzionali, e di una nuova architettura ministeriale per una vera costruzione strutturale di politiche di pace. Dalle ceneri del secondo conflitto mondiale sono nati il Ministero della Difesa e dell’Interno, sostituendo così il Ministero della Guerra. Un parto che, per dare reale compimento alla promessa di eradicare definitivamente dalla storia il flagello della Guerra, avrebbe dovuto essere quanto meno trigemellare, dando alla luce anche un Ministero della Pace.
Il Ministero della Pace sposterebbe il paradigma verso una nuova architettura di pace, sostenendo e stabilendo attività che promuovano una cultura della pace nel Paese, con piani strategici strutturali nazionali pluriennali di cura, mantenimento e promozione della pace. Garantirebbe un dialogo illuminato per elevare, articolare, indagare e facilitare soluzioni strategiche nonviolente ai conflitti interni e internazionali, fornirebbe all'interno del governo una competenza nella trasformazione nonviolenta dei conflitti, attraverso la quale si potrebbero attuare tutti gli spazi inesplorati della Carta Costituzionale. (artt.11-52-41-4 2°comma, 2)

Lo immaginiamo con due organi consultivi e di co-progettazione, la Consulta dei costruttori di pace, casa di tutte quelle realtà del terzo settore impegnate attivamente, un Comitato interministeriale che coinvolga trasversalmente Ministeri, dipartimenti ed agenzie, e con una sua articolazione in cinque dipartimenti specifici: difesa civile non armata e nonviolenta nazionale ed internazionale, educazione alla Pace, attività territoriali interne e nazionali, disarmo e controllo armamenti, diritti umani ed economici.
Un nuovo sistema nazionale per il mantenimento e la promozione della pace. È tempo di dare nuovi strumenti alla politica, perché abbia la lungimiranza nel prendersi cura della Pace ed educare ad essa.

Il valore etico e sociale che sta dietro alla istituzione del Ministero della Pace è immediatamente percepibile, ma le chiedo: ci sono anche solide basi giuridiche dietro questa proposta? E ci sono altre esperienze simili?
Molte sono le norme internazionali, dell’Unione europea, nazionali e regionali che esplicitano il concetto di pace positiva nell’area dei diritti umani e dello stato di diritto con politiche di pace. Ne citerò solo alcune.
Già dal 1994 con “Nuove dimensioni della sicurezza umana”, l’ONU, nel suo Human Development Report, libera il tema della sicurezza da quelle interpretazioni restrittive legate alla difesa armata, per formularne una completamente nuova. Sicurezza significa creare sistemi politici sociali, ambientali, economici e culturali che insieme forniscano gli elementi costitutivi della sopravvivenza, il sostentamento e la dignità. Purtroppo molta e troppa attenzione è stata dedicata alla sicurezza basata sulle capacità di difesa delle istituzioni militari, mentre nessuna o pochissima è stata dedicata al dibattito sulle capacità di pace attraverso un quadro civile e strutturale di pace.
Nella recente risoluzione dell'Assemblea Generale del 2016 sul diritto alla Pace (che riprende la Risoluzione dell’Assemblea Generale 39/11, annex 1984) – si riconosce che la Pace non è solo assenza di conflitto, ma richiede anche un processo partecipatorio positivo e dinamico (A/C.3/71/L.29, Preambolo) e gli Stati sono esortati assumere appropriate misure sostenibili per implementarla.
L’articolo 4 recita: “si dovrebbero promuovere istituzioni nazionali e internazionali di educazione alla pace per rafforzare tra gli esseri umani lo spirito di tolleranza, di dialogo, cooperazione e solidarietà”.
Il concetto di infrastrutture per la pace è stato introdotto dallo studioso John Paul Lederach e inteso come una rete dinamica di competenze, risorse, strumenti e istituzioni che aiutano a costruire relazioni costruttive.
Il tema è stato riaffermato dall'ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, nella relazione del 2001 sulla “prevenzione dei conflitti armati", in cui ha affermato che "l'obiettivo dovrebbe essere la creazione di un'infrastruttura nazionale sostenibile per la pace" che permetta alle società e ai loro governi di risolvere i conflitti internamente e con le proprie competenze, istituzioni e risorse" (Assemblea generale delle Nazioni Unite, 2006, p. 7). Non solo è necessario creare strutture nazionali adeguate, ma anche ma anche rafforzare le capacità e le competenze istituzionali e individuali al fine di diffondere e implementare una cultura della pace, aumentare il dialogo con la società civile su questo tema e migliorare il dibattito nazionale.
Anche il trattato sull’Unione Europea più volte richiama la necessità di politiche di pace. L’art. 3, in particolare il parag. 1 precisa: “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”, e il parag. 5 “Nelle relazioni con il resto del mondo l’Unione afferma e promuove i suoi valori e interessi, contribuendo alla protezione dei suoi cittadini. Contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio libero ed equo, all’eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani…
In Italia, è la stessa Costituzione a fornire la base giuridica per una efficace politica di pace positiva in vista anche della riqualificazione dell’intera politica estera. Il lungimirante articolo 11 della Costituzione Italiana contiene infatti il quadruplice ripudio della guerra prevedendo:
1. rigetto delle sovranità statuali armate,
2. rigetto della pace negativa
3. rigetto dell’unilateralismo
la partecipazione attiva al multilateralismo istituzionale per la realizzazione della pace positiva.
L’applicazione di questo articolo pertanto comporta la formulazione non solo di un’agenda politica che tenga conto, fondamentalmente, di ciò che comporta il primato del nuovo diritto internazionale dei diritti umani ma anche una sua efficace attuazione.
L'ultimo decennio ha mostrato un costante aumento dell'interesse per le strutture di pace basate sulle esigenze locali specifiche, tanti sono gli studi internazionali sulle esperienze di infrastrutture per la pace nei vari Paesi nel mondo. Proposte di legge e azioni civiche per l’istituzione del Ministero della Pace sono state e/o sono attive in Australia, Stati Uniti, Regno Unito e Canada (BILL C-373) e in un vasto movimento di alleanza internazionale (Gamip) e questo mentre il Costa Rica ha istituito il suo Ministero della Giustizia e della Pace già nel 2009, seguito da Nepal e Isole Solomon, e di recentissima istituzione lo abbiamo trovato in San Marino ed in Etiopia. Per un approfondimento internazionale anche con riferimenti normativi più estesi è liberamente consultabile al seguente link: https://www.ministerodellapace.org/

Secondo un sondaggio realizzato da Demetra, due italiani su tre sono favorevoli ad un Ministero per la gestione dei conflitti sociali, difesa civile e diritti umani, perché allora la politica lascia inascoltato il vostro appello al Parlamento?
Credo che ci sia ancora poca consapevolezza politica, nel nostro Paese il concetto di pace positiva e delle infrastrutture per la pace è ancora politicamente e praticamente sconosciuto; se la società civile è andata molto avanti, la politica non si è mai emancipata dalla nefasta logica del “si vis pacem para bellum”; l’istituzione di un Ministero della Pace è un cambio talmente radicale di paradigma, da creare un certo sconcerto istituzionale.
E poi vale anche per la politica, molto più che per gli individui, il concetto di resistenza al cambiamento, e soprattutto, quando ragioni elettorali estemporanee non sono in grado di produrre una visione di lungo periodo e i politici si limitano a cavalcare contingenti spinte populiste.
Ma non dobbiamo mollare, perché oggi più che nel passato stiamo toccando con mano e siamo in grado di vedere, alla vigilia di un possibile terzo conflitto mondiale, ciò che possiamo perdere; possiamo drammaticamente visualizzare il possibile futuro che ci attende se non curiamo adeguatamente e strutturalmente la pace.
Dove saremo noi o come sarà la nostra vita se non otterremo il cambiamento? Questa sì che dovrebbe essere una forte motivazione, anche per la politica. Solo costruendo giorno dopo giorno la Pace si genera un tessuto sociale positivo, che superi le forze disgreganti, i populismi e le crisi, in grado di reagire alle spinte violente che scaturiscono dai conflitti sociali ed economici e dalle tensioni delle periferie dell’emarginazione. Il Ministero della pace è una risposta innovativa al bisogno di sicurezza e benessere.

In questi mesi la cronaca ci riposta indietro di decenni ad un clima di blocchi contrapposti. Che idea si è fatta della guerra in Ucraina a un anno dal suo inizio?
In primo luogo dobbiamo prendere atto che questa guerra rappresenta senza ombra di dubbio il fallimento di una diplomazia che probabilmente non ha saputo né approfondire né essere sufficientemente creativa rispetto alle conflittualità pre-esistenti e, soprattutto, non ha colto la profondità della distanza delle diverse visioni.
Ci dobbiamo chiedere quanto - prima dello scoppio della crisi - siano stati esplorati e praticati a sufficienza tutti gli strumenti diplomatici e giudiziali di risoluzione delle controversie internazionali e con quale pervicacia, quanto i nostri Paesi europei abbiano offerto, allora, una mediazione diplomatica. Resto convinta che si sarebbe potuto fare molto di più, già dalla crisi del sequestro delle navi ucraine nello stretto di Kerch (2018); era evidentissima la volatilità della situazione in Ucraina, diversamente da altri “conflitti congelati” presenti nello spazio post-sovietico.
E’ chiaro che ora, con l’aggressione a uno Stato indipendente, sono state infrante in modo esiziale norme di diritto internazionale e trattati bilaterali e le posizioni sono molto differenti; ma ciò che mi allarma è che gli sforzi diplomatici che si dovrebbero moltiplicare, piuttosto si stiano addormentando, che si sviluppi una sorta di rassegnazione a questa guerra: i segnali dati lo scorso gennaio al Parlamento europeo dove è stata bocciata la richiesta di dare corpo a nuovi sforzi diplomatici non è un bel segnale. Credo che non ci sia un’alternativa praticabile ai negoziati e al dialogo, anche con i nemici.

Perché le trattative negoziali sono in stallo?
Non sono un’esperta, ma è evidente che c’è una incapacità militare di Russia e Ucraina di prevalere l’una sull’altra: questo crea questo stallo mortale. Anche con ulteriori armamenti al governo ucraino, difficilmente questi potrà ribaltare i risultati della guerra. Militarmente, se nessuno prevale, non c’è effettivo interesse a negoziare e si potrebbe andare avanti ancora per anni con l’unico risultato di alimentare i profitti dell’industria della guerra. La debole speranza è che a fronte di questo immobilismo mortifero, prima o poi con un cessate il fuoco, si possa addivenire alla creazione di una fascia neutrale di cuscinetto tra i contendenti, ma nel frattempo quanto sangue di militari e civili scorre!

Uno dei punti enucleati nell'azione del Ministero della Pace è l'attuazione di politiche di disarmo. Giovanni XXIII ai tempi della crisi fra Cuba e Stati Uniti disse che la guerra totale (atomica, biologica e chimica) è un crimine contro Dio e contro l'umanità. In questa pericolosa corsa al riarmo, lei crede che il rischio di una guerra nucleare sia concreto?
Assolutamente sì! Condivido ciò che, non più di qualche giorno fa all’assemblea ONU, ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres; un'ulteriore escalation della guerra fra Russia e Ucraina può trascinare il mondo in una "guerra più ampia" e "al più alto rischio da decenni di una guerra nucleare". "Temo che il mondo non stia camminando come un sonnambulo in una a guerra più ampia, temo che lo stia facendo con gli occhi ben aperti”. La minaccia è duplice, un annientamento nucleare causato in modo accidentale o in modo deliberato. Non scordiamoci inoltre che i sistemi digitali di gestione di queste testate nucleari, che si avvalgono anche dell’Intelligenza artificiale (AI), sono tanto più esposti a malfunzionamenti ed attacchi cibernetici quanto più sono complessi. Le nuove tecnologie addizionano alle vulnerabilità generali dei sistemi altre pericolose vulnerabilità specifiche e si sono già verificati svariati episodi di malfunzionamenti accidentali, che hanno portato l’umanità, anche in tempi con meno tensioni e crisi, a un passo dall’ecatombe nucleare.

Spesso si parla di guerra giusta, cui si contrappone una pace giusta. Esiste una guerra giusta? E che caratteristiche deve avere la Pace per essere giusta? Può esserci pace senza Giustizia?
Ci sono diverse prospettive da cui guardare la guerra, uno giuridico e l’altro morale.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la proibizione dell’utilizzo della forza per la risoluzione delle controversie internazionali è diventato jus cogens, considerato un valore supremo essenziale e inderogabile: l’uso della forza è legittimo solo per l’autodifesa, solo ed esclusivamente previa autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e con l’unico fine del ristabilimento della pace. La Carta delle Nazioni Unite, rispettata e applicata con trasparenza ed onestà, è riferimento necessario di giustizia frutto della scelta di non violenza e strumento di pace.
Ma se la Carta delle Nazioni, ammette solo come ultima ratio la guerra difensiva, archiviando alla storia l’idea di “guerra giusta” come relitto di vecchie dispute teologiche o medievali, dopo secoli in cui sembrava essere stata messa al bando, abbiamo assistito ad una sorta di sua rinascita camaleontica come prodotto nuovamente attuale del pensiero politico e con il medesimo corredo retorico che la contraddistingueva. Dissimulata sotto le altre vesti, di “intervento”, “operazione di polizia” o di “prevenzione e resistenza al terrorismo internazionale” è riuscita spesso ad ottenere il tacito consenso delle popolazioni per gli ‘alti’ fini che gli eserciti si propongono di raggiungere. Su questo è necessario aprire una seria riflessione.
Eticamente la Giustizia non può mai armarsi, non si può combattere contro l’ingiustizia, che è violenza, usando la violenza. Il mezzo non può contraddire il fine. La guerra, che implica distruzione di vite umane, non può mai essere accettata. Una reazione di forza all’ingiustizia, alla violenza altrui è comprensibile, ma se non valica l’irrogazione della morte. Solo rigorosissime condizioni di legittimità morali che si pongano dolorosamente al limite del sacrificio della coscienza nel bilanciamento di più valori supremi, e che mai escludono possibilità di scelte superogatorie come la difesa di massa popolare nonviolenta, possono legittimare l’uso della forza.
Ogni altra espansione di questi fondamenti etici e giuridici rende la guerra come soluzione dei conflitti, «alienum est a ratione» ed oscena e finirebbe per rispecchiare, più di quanto già oggi non faccia, la realtà di un sistema internazionale retrivo e dominato dal “paradigma del caos”.

Un altro punto del Ministero è quello della difesa dei diritti umani. Lei è un avvocato esperto nella tutela dei diritti umani. Qual è la situazione nel nostro Paese? E nel resto del mondo?
Un primo punto di riferimento generale internazionale che possiamo esaminare è l'Indice di Sviluppo Umano (HDI- UNDP) che è una misura sintetica dei risultati medi ottenuti dai diversi Paesi nel mondo nelle dimensioni chiave dello sviluppo umano (educazione, aspettativa di vita e standard di vita). L’Italia si trova attualmente al trentesimo posto in una posizione quindi abbastanza alta.
Riguardo al monitoraggio del rispetto dei diritti umani abbiamo uno strumento importante col quale poter avere una panoramica di prospettiva. L' Indice universale dei diritti umani (UHRI- United Nation - Human Right Index) è un archivio centrale di informazioni sui diritti umani e mira ad assistere gli Stati nell'attuazione delle raccomandazioni internazionali e a facilitare il lavoro degli stakeholder nazionali: le istituzioni nazionali per i diritti umani (NHRI), le organizzazioni non governative, la società civile e il mondo accademico, nonché le Nazioni Unite.
Questo ci permette di sostenere gli sforzi di attuazione e l'analisi dei diritti umani, compresa l'identificazione di quali rischiano di rimanere indietro e la mappatura delle questioni sistematiche, ricorrenti e irrisolte in materia di diritti umani.
In Italia scopriamo che gli ambiti su cui si deve lavorare ancora molto sono diseguaglianze, parità di genere e soprattutto pace giustizia e istituzioni democratiche forti. Inoltre tra le sfide principali troviamo la tutela dei diritti di rifugiati e migranti; cooperazione con la Libia, criminalizzazione della solidarietà, accoglienza, sfruttamento e lavoro, i punti più critici. Parimenti attenzionabili i diritti delle persone detenute o private della libertà personale e la tutela della minoranza Rom e Sinti. Se poi prendiamo a riferimento il Global Peace index vediamo che c’è stata una progressiva erosione degli indicatori che hanno portato il nostro Paese ad una considerevole retrocessione dal 27° posto del 2008 al 32° del 2022.
Nel mondo in generale non manca il coraggio di opporsi a dittatori, despoti e al business predatorio, ma le violazioni dei diritti umani sovrabbondano. Già nel 2019, per il 14° anno consecutivo, si registrava un declino del tasso di libertà e pluralismo a livello globale; aumento di conflitti armati, soprattutto civili; minacce sempre più complesse alla sicurezza umana; aumento di povertà e disuguaglianze; migrazioni, cambiamenti climatici e collasso della biodiversità; rischi di una nuova proliferazione nucleare.
L'ordine globale è sempre più instabile, polarizzato e segnato da agende e posizioni strategiche contrapposte, nonché da un rischio crescente di frammentazione normativa e di concorrenza sulle norme di regolamentazione. Il multilateralismo, inteso come strumento pacifico di organizzazione delle relazioni tra Stati sovrani, che era stato costituito nell'intento di fronteggiare le sfide del nostro tempo, è pericolosamente arretrato in molti settori.
La governance globale per la promozione dei valori fondamentali delle Nazioni Unite va ricostruita ed in questa crisi deve rinnovarsi e vedere la grande opportunità di ricostruire la fiducia e il consenso sociale perché per dirla con le parole di Thomas Sankara «…malgrado tutte le critiche che le sono rivolte da alcuni dei membri più importanti, le Nazioni Unite rimangono un forum ideale per le nostre richieste, un luogo indispensabile di legittimità per tutti i paesi senza voce».

Fra le possibili azioni del Ministero c'è la gestione dei conflitti sociali. Quanto incide la gestione del conflitto nel cammino verso la pace?
La prima cosa da tenere presente è che la diffusione di modalità comunicative rozze e violente ha ricadute profonde e misurabili sul livello di fiducia interpersonale, collettivo e sul benessere individuale. Nell’attuale società i contrasti e le divergenze sembrano diventati la condizione permanente della vita sociale, online e offline e persino istituzionale. Spesso assistiamo alla costante e pervicace affermazione della nostra ragione a discapito del dialogo, dello scambio, della relazione con l’altro. Il ricorso alla violenza è l’esito negativo al quale può portare un conflitto qualora non si sia capaci di trasformarlo creativamente e funzionalmente per tutte le parti in gioco. La pandemia, le disuguaglianze, la povertà e le crisi energetiche, ambientali e finanziarie acuiscono i conflitti sociali.
Il metodo scientifico della gestione e trasformazione nonviolenta dei conflitti serve a capire le origini di un conflitto e far sì che la metastasi della violenza che invade tante parti della società civile, compresi i luoghi dell’intimità familiare, non dilaghi. Tuttavia, e purtroppo, i governi danno pochissimo peso alle molte validissime e meravigliose esperienze che ha il nostro Paese.
Ogni volta che si generano nuovi conflitti sociali si finisce per ricominciare daccapo con gli stessi errori di percezione e di gestione, sarebbe un beneficio enorme ad esempio se in Italia si introducesse finalmente nell'educazione civica e nell'informazione sociale una pedagogia dell'analisi dei conflitti sociali pregressi e contemporanei che opponga resistenza alla violenza strutturale delle nostre società.
La mediazione, come gestione, è un’altra delle tecniche più impiegate nell’affrontare i conflitti simmetrici e capace di facilitare la comunicazione e la ricerca di soluzioni da parte dei confliggenti stessi, ma non è ancora sufficientemente compresa dalle istituzioni. Parimenti la giustizia riparativa allargata anche ai contesti scolastici e collettivi, rimedia danni, ricostruisce relazioni, protegge il presente e il futuro di persone ferite. Il conflitto può essere sia fonte di violenza, sia di crescita costruttiva: decisivo è il modo con cui lo si affronta e decisivo è quanto i Governi investono su una gestione nonviolenta e generativa.

Un'ultima domanda: Cosa si può fare nel piccolo di ciascuno per prevenire i conflitti?
Un primo consiglio per tutti, frequentiamo corsi di comunicazione e trasformazione non violenta del conflitto oramai se ne fanno tanti in Italia e nei diversi territori e se possiamo facciamoci promotori e diffondiamoli là dove siamo. Ma soprattutto impegniamoci per lo sviluppo della comunità in cui viviamo, creiamo occasioni di festa e convivialità, di partecipazione al miglioramento del clima e all’ambiente del quartiere, costruiamo opportunità di incontro fra i vicini che non si conoscono per prevenire i conflitti inutili e i malintesi, per superare pregiudizi, creare legami, promuovere il mutuo aiuto e stare meglio tutti. Realizziamo legami e pratiche solidali, focalizzandoci sulle categorie più in difficoltà.
Adoperiamoci con le nostre amministrazioni locali a declinare sul territorio l’architettura pensata per il Ministero della Pace, chiedendo l’assessorato alla Pace e l’attuazione di politiche strutturali di pace nei Comuni dove abitiamo.
La cultura del Bene comune che non esclude nessuno è quella che ci fa sentire responsabili dei luoghi e delle cose, ci rende consapevoli di essere parte di una comunità che può anche ristabilire un ordine dei valori che si basino finalmente sull’equità e il rispetto della dignità delle persone e dell’ambiente.

BREVE BIOGRAFIA
Breve biografia
Classe ’68 pesarese, avvocato, esperta nella tutela dei diritti umani, Responsabile generale del servizio diritti umani e giustizia e consulente per la rappresentanza alle Nazioni Unite della Comunità Papa Giovanni XXIII di cui cura in particolare i report del meccanismo della Revisione Periodica Universale dei diritti umani (UPR).
Coordinatrice della Campagna nazionale del “Ministero della Pace – Una scelta di Governo”.
Impegnata nella rete cattolica ed ecumenica per il disarmo e la messa al bando delle armi nucleari.
Negli anni ’90 in Ex Jugoslavia è stata al fianco delle vittime del conflitto dei Balcani, missionaria in India e Africa per un decennio a favore della tutela internazionale delle donne e dell’infanzia. Ha svolto missioni operative di monitoraggio delle violazioni di diritti umani in Niger, Camerun, Libano e Grecia.
E' autrice del libro "L'uomo della casa senza muri" edito per Sempre Editore nel 2021.