Intervista al Professor Emmanuel DECAUX, Presidente della Corte di Conciliazione e Arbitrato dell’OSCE

Intervista al Professor Emmanuel DECAUX, Presidente della Corte di Conciliazione e Arbitrato dell’OSCE

ISMED-Mediazione / ADRMEDLAB
Intervista* al Professor Emmanuel DECAUX, Presidente della Corte di Conciliazione e Arbitrato dell’OSCE.
*tradotto dall’inglese all’italiano

Professor Decaux, innanzitutto vorremmo dirle che siamo onorati di poterla intervistare. Grazie al suo straordinario contributo per la promozione e la tutela dei diritti umani nel corso della sua carriera accademica e professionale nelle varie sedi in cui ha operato, è stato chiamato a presiedere uno degli organismi più importanti dell’OSCE: la Corte di Conciliazione e Arbitrato.
E.D.: Intanto la ringrazio per l’interesse. Nell’introdurmi, lei afferma che la Corte è una delle istituzioni più importanti dell’OSCE, e questo è indubbiamente vero, soprattutto nello spirito dei padri fondatori della Corte, che l’hanno immaginata come la consacrazione del principio della pacifica risoluzione delle controversie nel quadro della “nuova Europa”; per menzionare il titolo della Carta di Parigi del 1990. Bisogna però aggiungere che la Corte è anche la meno conosciuta delle “istituzioni e strutture dell’OSCE”. Questo contrasto è emerso – e ci ha molto fatto riflettere – quando abbiamo capito che gli Stati ricorrevano, con alterne percentuali di successo – altri mezzi amichevoli di risoluzione delle controversie: penso alla convenzione arbitrale stipulata da Croazia e Slovenia nel 2009 e decisa nel contesto di una crisi nel 2017; o anche alla contesa tra Germania e Italia, già processata nel 2012, che è sottoposta nuovamente alla Corte Internazionale di Giustizia nel 2022; o, ancor peggio, quando ci si accontenta temporaneamente di “nascondere la polvere sotto il tappeto” alimentando i cosiddetti “conflitti congelati”, senza cercare soluzioni durature.
Oggi, dopo la guerra del 2008 tra Georgia e Russia e la guerra del 2014 tra Russia e Ucraina, dal febbraio 2022 viviamo un attacco militare su larga scala che minaccia i principi delle Nazioni Unite e i fondamenti dell’OSCE, a partire dal divieto di minaccia o dell’uso della forza, dal rispetto della sovranità e dell’uguaglianza degli Stati, della loro indipendenza politica e della loro integrità territoriale fino all’applicazione in buona fede dei trattati e l’impegno per la composizione pacifica delle controversie.
Basta questo per dire che l’attualità deve renderci tutti umili. Questo fallimento non è il fallimento delle istituzioni OSCE, è innanzitutto quello degli Stati partecipanti.

D.1 Vuole spiegarci bene come funziona il meccanismo di conciliazione fra gli Stati e cosa produce la commissione al termine della conciliazione?
E.D.: La peculiarità della Convenzione di Stoccolma del 1992 risiede nella creazione di una Corte con due rami: da un lato, una procedura di conciliazione obbligatoria per gli Stati firmatari del trattato, e dall’altro, una procedura arbitrale che rimane facoltativa, sulla base di una dichiarazione volontaria di accettazione della propria competenza o di un accordo ad hoc tra due parti. Il metodo della conciliazione è più recente di quello dell’arbitrato, che ha già una lunga storia di “passaggio” dall’arbitrato politico, messo in atto da un sovrano, all’arbitrato legale, gestito da esperti indipendenti.
La conciliazione iniziò un secolo fa, dopo la Prima guerra mondiale, con i trattati bilaterali, in particolare su iniziativa della Svizzera. L’interesse della Corte è quello di fornire un quadro istituzionale, multilaterale e permanente a questi sforzi, mediante un elenco di conciliatori messi a disposizione degli Stati.
Ciò che rende unica la procedura è la sua flessibilità, trasparenza e riservatezza. Quando la Corte riceve una richiesta di conciliazione, istituisce una commissione di conciliazione, composta da un conciliatore per ciascuno dei due Stati in lite e da tre conciliatori neutrali nominati dall’Ufficio di presidenza della Corte.
Vanno sottolineate due caratteristiche originali della procedura. Lo scopo della conciliazione è assistere le parti nella ricerca di una soluzione in conformità con il diritto internazionale e gli impegni dell’OSCE (articolo 24).
Se durante il percorso viene trovata una soluzione “reciprocamente accettabile”, viene formalizzata in un accordo che sancisce il successo della conciliazione.
In caso contrario, spetta alla Commissione formulare delle proposte contenute in una relazione finale che entrambi gli Stati hanno trenta giorni di tempo per accettare o rifiutare. In caso di impasse, il rapporto viene trasmesso agli organi dell’OSCE e la situazione viene cristallizzata.
La caratteristica essenziale della conciliazione è la natura non vincolante della soluzione proposta, a differenza dell’arbitrato, dove il lodo arbitrale ha portata vincolante.

D.2 La conciliazione ha lo scopo di trovare una composizione pacifica delle controversie tra Stati, sottoponendo proposte di accordo agli Stati che sono parti di una controversia. Ci fornisce qualche esempio?
E.D.: Ci sono esempi classici che sono stati individuati in una tesi pubblicata nel 1968 da Jean-Pierre Cot e recenti successi, come nella conciliazione tra l’Australia e Timor Est che ha portato nel 2017 a un accordo globale, nell’ambito della Corte Permanente dell’Arbitrato.
Anche se la terminologia è a volte informale e il metodo è più vicino all’arbitrato che alla conciliazione, giova ricordare il successo tecnico delle commissioni di conciliazione bilaterale del dopoguerra, come la “Commissione franco-italiana di conciliazione”, istituita dal trattato di pace del 1947.
La Corte ha recentemente pubblicato due libri di riferimento sul tema della conciliazione nella sua pratica attuale, comprese le recenti esperienze dinnanzi agli organi delle Nazioni Unite, come il Comitato per l’eliminazione della discriminazione razziale. Infine, come non ricordare il ruolo sempre più importante della conciliazione nelle procedure interne, in particolare nell’ambito della riparazione?
La necessità di ricorrere a un terzo imparziale si rende immediatamente necessaria quando i negoziati bilaterali sono in stallo per mancanza di concessioni e quando il contenzioso rischia di cristallizzare gli antagonismi.
La conciliazione offre questo spazio neutrale per cercare di trovare soluzioni di compromesso, nel rispetto della legge e senza perdere la faccia.

D.3 Lei ha definito la Corte come una “cassetta per gli attrezzi” a disposizione degli Stati: quali attrezzi servono per prevenire e risolvere i conflitti?
E.D.: È nella fase di prevenzione e di “early warning” che gli strumenti della Corte sono più utili. Si tratta di rimuovere pazientemente le questioni controverse, invece di lasciare che si accumulino e peggiorino.
La risoluzione pacifica delle controversie, come suggerisce il nome, implica la speranza di rapporti di buon vicinato e di un macro contesto di pace.
Da tempo, il diritto internazionale distingue tra controversie politiche e controversie legali. È pur vero che qualsiasi controversia legale ha un background politico e, parimenti, qualsiasi crisi politica interessa questioni legali; mi sembra però che la giurisdizione possa intervenire solo marginalmente, e si possa parlare di diritto in senso stretto, intendendo di portare avanti missioni conoscitive e investigative, acclarare circostanze, ascrivere responsabilità, provvedere a riparare, promuovere la ricostruzione e la riconciliazione.
Ma il diritto non può sostituire la diplomazia nella risoluzione delle crisi aperte.
Nonostante questi limiti, i meccanismi offerti dalla Corte di Conciliazione e Arbitrato conservano tutta la loro efficacia potendo favorire la ricerca di soluzioni, senza tagliare il nodo gordiano, ma con pragmatismo, facendo della legge una bussola.

D.4 Nel 2008 lei ha tenuto un Corso all’Accademia di diritto internazionale dell’Aia sul tema attualissimo delle “Forme contemporanee della schiavitù”. La nostra città, sulle rive del Mediterraneo, è in prima linea per l’accoglienza dei migranti provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. Lei ha inteso il diritto come strumento al servizio della dignità dell’uomo, ritiene che l’Europa possa fare di più nell’accoglienza? Molto spesso sentiamo dire, anche da alcuni esponenti politici: “Aiutiamoli a casa loro!”. Ma a ben guardare, una casa non c’è più, perché rasa al suolo dalle bombe: l’accoglienza è una questione fondamentale per garantire la pace?
E.D.: Dal mio corso all’Accademia dell’Aia tenuto nel 2008, ho percezione che ad oggi il dibattito relativo alla tratta degli esseri umani si sia intensificato con forme e fenomeni diversi legati alla migrazione.
In Commissione ho potuto riscontrare che per quanto concerne le sparizioni forzate e il fenomeno delle persone scomparse, sia in America Latina che in Africa che nel Mediterraneo, gli stessi migranti spesso cadono vittime di tratta per mano di trafficanti o narcoterroristi.
Conflitti come quelli in Afghanistan, Siria e Libia stanno creando nuove ondate di sfollati, esiliati e richiedenti asilo. Come sapete, a seguito della Dichiarazione di New York del 19 settembre 2016, adottata all’unanimità dall’Assemblea Generale, i membri delle Nazioni Unite nel 2018 si erano adoperati per creare un quadro globale mediante il “Patto globale sui rifugiati”, gestito dall’UNHCR, e il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration”, il Marrakech Compact, che purtroppo ha suscitato molte polemiche, perché venutosi a inserire in un contesto internazionale già parecchio deteriorato.
Ciò che va sottolineato è l’importanza di un approccio globale con una visione a 360 gradi che mobiliti tutti gli attori, con uno sforzo di coordinamento rafforzato affidato all’International Organisation for Migration.
La situazioni di crisi – come ad esempio la guerra in Ucraina che ha creato milioni di sfollati interni in fuga dalle zone di combattimento o di esuli – costituiscono una nuova sfida per i paesi vicini che hanno avuto la necessità di creare zone di accoglienza per un numero consistente di sfollati, mentre la Convenzione di Ginevra del 1951 fa riferimento solo all’asilo individuale.
C’è da sperare che il raggiungimento della pace permetta alle famiglie di ricongiungersi e la ricostruzione del proprio Paese; purtroppo, in molti casi, davanti a “Stati falliti” c’è bisogno di uno sforzo maggiore per promuovere lo sviluppo sostenibile e una democrazia inclusiva che sia su lungo termine. In mancanza di questi due fattori, prevarrà l’attrattiva nei confronti dell’Europa vista come terra di libertà. L’esempio dell’Afghanistan, con la terribile situazione delle donne, deve servire da lezione.

D.5 Il discorso meriterebbe una lunga riflessione, le chiediamo solo se la mancanza di equità e giustizia sia una forma di conflitto?
Sì, la mia opinione è che diversi conflitti latenti, potremmo definirli di bassa intensità, dovrebbero essere attenzionati con un approccio più incisivo, invece di un approccio più attendista che aspetta che esplodano le crisi, che a volte, poi, che sfociano in violenze. Tanto più che intervenire nel momento in cui si manifesta l’urgenza o in una situazione di emergenza risulta decisamente più complesso. La Corte ha competenza solo per le controversie interstatali, ma anche in questo contesto possiamo collocare l’equità accanto alla giustizia, anzi, se entrambi gli Stati lo desiderassero, la Convenzione di Stoccolma prevede la possibilità di intervenire mediante l’arbitrato.
È vero che i diplomatici hanno spazio di manovra nell’interpretare la legge, ma troppo spesso, o per mancanza di visione o di volontà, gli stessi funzionari lasciano che la situazione si deteriori.
Un vecchio adagio della politica francese asserisce che “non c’è problema che una mancata soluzione non possa risolvere”. Uno sbaglio! Questa è la politica dello struzzo. Certo, dobbiamo avere delle priorità ed evitare di intraprendere battaglie perse, ma dobbiamo anche offrire prospettive più nitide non trascurando gli avvertimenti e non cedere al senso di sopraffazione davanti al problema; dobbiamo soprattutto non umiliare i popoli.

D.6 La Francia in conformità alle raccomandazioni contenute nella risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU n. 134 del 20 dicembre 1993 sulle istituzioni nazionali per la protezione e la promozione dei diritti umani (i Principi di Parigi), ha creato la Commissione consultiva francese per i diritti umani di cui lei è stato promotore. Potenzialità e limiti di questo strumento?
E.D.: Sono stato membro per 30 anni della Commissione consultiva nazionale sui diritti umani (Commission nationale consultive des droits de l’homme – CNCDH), che mi ha permesso di assistere alla nascita e allo sviluppo della rete delle Istituzioni Nazionali dei Diritti Umani (Istituzioni nationales des droits de l’homme – INDH), in occasione della Conferenza Mondiale sui Diritti Umani tenutasi a Vienna nel 1993. Da allora la rete è stata strutturata e diversificata all’interno di un’Alleanza Globale (GANHRI) riconosciuta come attore nel suo ambito, e questo inizialmente non era assolutamente scontato!
Il rischio di una tale consacrazione, però, è di diventare una forma di burocrazia sempre più farraginosa, il che farebbe perdere lo spirito iniziale in cui tutte le componenti della rete erano coinvolte in maniera del tutto indipendente.

D.7 Crede che esista un diritto alla pace?
E.D.: L’aspirazione a un mondo libero “dalla povertà e dal terrore” è alla base della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che afferma nel suo primo preambolo che il riconoscimento dei diritti umani “costituisce il fondamento della giustizia e della pace nel mondo”.
In altre parole, esiste uno stretto legame tra democrazia e pace, diritti umani e giustizia. Dobbiamo andare oltre e parlare di “diritto alla pace” designando detentori e debitori di questo nuovo diritto?
Qui entriamo in un dibattito politico, i cui difetti ho potuto vedere nell’agenda del Comitato consultivo del Consiglio per i diritti umani.
Se guardiamo agli Stati, il quadro migliore resta la Carta delle Nazioni Unite che comporta responsabilità collettive per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, anche nel campo del disarmo. Trasformare i principi fondamentali del diritto internazionale in “diritti umani” individuali o collettivi, a mio avviso, non porterebbe a nulla.
L’unica base su cui avrebbe senso un diritto individuale alla pace è nel riconoscimento dello status di obiettore di coscienza, argomento su cui le ONG, come il movimento dei Quaccheri, sono sempre state in prima linea. Un altro approccio particolarmente utile è quello dell’educazione e della cultura della pace che è nello spirito dell’articolo 26 della Dichiarazione Universale, che mira a “promuovere la comprensione, la tolleranza e l’amicizia tra tutte le nazioni (…) nonché lo sviluppo delle attività delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace”.
Questo è un largo campo di azione e riflessione, di fronte alla propaganda guerrafondaia, al revisionismo e all’incitamento all’odio. Richiede anche una visione comune della storia, della storia europea e della storia mondiale. È meglio dedicarsi alle “condizioni di pace” attraverso l’educazione e la cultura, la promozione dello Stato di diritto o l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, che all’instaurazione di un diritto teorico, senza entrare in rapporti di potere e anche rischiando di essere marginalizzati, come abbiamo visto accadere visto al movimento pacifista durante la guerra fredda.

D.8 Nel suo infaticabile impegno per la pace e i diritti umani è stato nominato membro della Sotto-Commissione per la protezione e la promozione dei diritti umani dell’ONU e rapporteur su due temi fondamentali: l’amministrazione della giustizia da parte dei tribunali militari internazionali e l’applicazione universale dei trattati internazionali sui diritti umani. L’OSCE si è recentemente espressa sulla situazione in Ucraina e sui presunti crimini commessi dall’esercito russo. Qual è la reale situazione del conflitto?
E.D.: Sono certo capirete che non commento nel dettaglio la situazione attuale, posso dire che molte inchieste internazionali sono già state svolte. È il caso dei tre relatori del Meccanismo di Mosca per la dimensione umana che hanno presentato la loro relazione il 13 aprile 2022. C’è poi la commissione d’inchiesta istituita dal Consiglio per i diritti umani, per non parlare dell’indagine avviata dal procuratore della CPI. Inoltre, le controversie interstatali sono pendenti sia dinanzi alla Corte di giustizia internazionale che dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
In tutti i casi, è essenziale che i crimini internazionali commessi, compresi i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, siano indagati e perseguiti in modo indipendente e imparziale, indipendentemente dagli autori. Ciò vale, ovviamente, per tutte le parti in conflitto. In definitiva, i principi di verità, giustizia e riparazione, con il “diritto alla non ripetizione” individuato da Louis Joinet, quale Relatore speciale della Sottocommissione per i diritti umani, conservano ancora tutta la loro la loro valenza e sono pienamente di attualità.
La cultura della violenza e dell’impunità racchiude è oggi semina per il germogliare delle tragedie del futuro. Anche qui: devi affrontare la storia.

D.9 Un’ultima domanda Professor Decaux. Il suo impegno per la causa dei diritti dell’uomo si è realizzato in primo luogo attraverso l’insegnamento e la ricerca scientifica. Lei è un educatore, le chiediamo qual è il ruolo delle università nella causa della pace? Come si fa a formare gli studenti per diventare operatori di alto livello con ampia prospettiva internazionale?
E.D.: Per me, insegnamento e impegno come esperto indipendente sono inseparabili. Teoria e pratica si alimentano a vicenda, ma ovviamente bisogna evitare di mischiare gli aspetti: fare il professore nelle trattative internazionali e impegnarsi nell’attivismo a lezione!
A Nanterre come all’Università Parigi II, ho avuto la possibilità di insegnare in centri di ricerca all’avanguardia e di tenere corsi di specializzazione post-laurea con studenti e dottorandi di molti paesi stranieri, il che è stato per me un allargamento intellettuale, così come per tutti i corsi fatti in giro per il mondo.
Ricordo oggi con particolare nostalgia i corsi tenuti al French University College (CUF) di Mosca e San Pietroburgo.
Se ho qualche consiglio da dare agli studenti appassionati di questi temi, non è quello di separare i diritti umani dal diritto internazionale, dobbiamo avere una base generalista per passare dall’istruzione alle sparizioni forzate, dal diritto dei contadini senza terra alla giustizia militare.
Questa è stata la grande lezione appresa nella Sottocommissione, dove temi nuovi ed essenziali – popolazioni indigene, difesa dei diritti umani, povertà estrema, terrorismo, corporazioni transnazionali – venivano affrontati quotidianamente con esperti particolarmente competenti di tutti gli aspetti della vita.
Ciò significa, ovviamente, avere una buona base giuridica e una conoscenza psicologica delle regole, ma soprattutto saper ascoltare gli altri, creare un clima lavorativo di fiducia, anche con gli “avversari” essere fedeli ai propri principi e avere empatia con le vittime.
Il miglior apprendistato per uno studente è fare tirocini presso ONG o missioni diplomatiche, andare sul campo senza dimenticare che è necessario acquisire i titoli (che si tratti di una tesi di dottorato o dell’abilitazione al alla professione forense) per garantire la propria indipendenza intellettuale. Questo è ciò che continuo a fare nell’ambito della Fondazione René Cassin, creata dal grande giurista francese dopo la consegna del Premio Nobel per la Pace assegnatogli nel 1968. Nella fondazione lavoriamo avendo a mente il vecchio ideale della “pace attraverso il diritto” declinandolo per le generazioni future, offrendo sessioni specializzate a Strasburgo e nel mondo.

Nella presentazione del Rapporto delle attività della Corte per il 2021 lei ha detto che a trent’anni dall’adozione della Convenzione di Stoccolma, l’attività della Corte non appartiene al mondo di ieri, ma offre soluzioni per costruire l’Europa di oggi, un’Europa pacifica. Nel nostro piccolo anche noi dirimiamo i piccoli conflitti quotidiani e mentre soffiano i venti di guerra, insieme a lei ci auguriamo che il lavoro degli arbitri e dei conciliatori possa diffondere una cultura di pace dai piccoli ai grandi tavoli negoziali. Grazie per il suo lavoro.

L’intervista al Prof. Emmanuel Decaux è stata realizzata da Francesca Chirico, responsabile ADRMedLAB per ISMED Group srl.
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ISMED-Mediazione / ADRMEDLAB
Interview* with Professor Emmanuel DECAUX, President of the OSCE Court of Conciliation and Arbitration.
*translated from French into English


Professor Decaux, first of all, we would like to tell you that it is an honour for us to have an in-terview with you. Thanks to your extraordinary contribution to promoting and protecting Human Rights during your academic and professional career, and in the different locations where you worked, you’ve been called to preside one of the OSCE’s most important organizations: The Court of Conciliation and Arbitration.
E.D.: I thank you for your interest. In your presentation, you say that the Court is one of the most important institutions of the OSCE, and this is undoubtedly true, especially in the spirit of the founding fathers of the Court, who saw it as the consecration of the principle of the peaceful settlement of disputes within the framework of the “new Europe,” to use the title of the Charter of Paris of 1990. But we must immediately add that the Court is also the least well-known of the “OSCE institutions and structures.” This contrast must have already challenged us, when States were seeking, with varying degrees of success, other amicable means of settling disputes – I am thinking of the arbitration agreement concluded by Croatia and Slovenia in 2009, which was decided in the context of a crisis in 2017, or even the dispute between Germany and Italy, already tried in 2012, that has just been submitted once again to the ICJ in 2022 – or when they were content to “brush dust under the carpet” by accumulating so-called frozen conflicts, without seeking lasting solutions. But after the 2008 war between Georgia and Russia, and then the 2014 war between Russia and Ukraine, we have, since February 2022, had a large-scale military attack that challenges the principles of the United Nations and the foundations of the OSCE, beginning with the prohibition of the threat or use of force, respect for the sovereignty and equality of States, their political independence and territorial integrity, the application in good faith of treaties and the commitment to the peaceful settlement of disputes. That is enough to say that current events must make us all humble. But this failure is not that of the OSCE institutions, it is first and foremost that of the participating States.

Q1. Could you tell us how the mechanism of conciliation between the States works and what the Commission decide at the end of the conciliation?
E.D.: The originality of the 1992 Stockholm Convention lies in the creation of a Court with two branches: on the one hand, a compulsory conciliation procedure for the States who are parties to the treaty, and on the other, an arbitration procedure which remains optional, on the basis of an optional declaration of acceptance of its jurisdiction or an ad hoc agreement between two parties. The method of conciliation is more recent than that of arbitration, which already has a long history of going from political arbitration, rendered by a sovereign, to legal arbitration, rendered by independent experts. Conciliation began a century ago, after the First World War, with bilateral treaties, notably at the initiative of Switzerland. The Court’s interest is to provide an institutional, multilateral and permanent framework for these efforts, with a list of conciliators at the disposal of States. What is unique about the procedure is its flexibility, fairness and discretion. When the Court receives a request for conciliation, it shall set up a conciliation commission, composed – in the most traditional manner – of a conciliator for each of the two States in dispute and three neutral conciliators appointed by the Bureau of the Court. Two original features of the procedure must be emphasised. The purpose of conciliation is to assist the parties in finding a solution in accordance with international law and OSCE commitments (Art.24). If a “mutually acceptable” solution is found along the way, it is recorded in an agreement marking the success of the conciliation. Otherwise, it is up to the Commission to make proposals in a final report which both States have thirty days to accept or reject. In the event of an impasse, the report is forwarded to the OSCE bodies and the situation remains there. The essential feature of conciliation is the non-binding nature of the proposed solution, unlike arbitration, where the arbitration award is binding in scope.

Q.2 The Conciliation’s purpose is to find a pacific solution to the controversies between States, presenting to those States proposals of agreement. Can you give us some examples?
E.D.: There are classic examples that were identified in a thesis published in 1968 by Jean-Pierre Cot and recent successes, such as in the conciliation between Australia and Timor Leste which led in 2017 to a global agreement, within the framework of the Permanent Court of Arbitration. Even if the terminology is sometimes loose and the method is close to arbitration, it is also necessary to recall the technical success of the post-war bilateral conciliation commissions, such as the “Franco-Italian Conciliation Commission,” established by the 1947 peace treaty. The Court has recently published two reference books on the place of conciliation in contemporary practice, including recent experiences before United Nations treaty bodies, such as the Committee on the Elimination of Racial Discrimination. Lastly, how can we fail to recall the increasingly important role of conciliation in domestic procedures, particularly in the area of reparation? The need for recourse to an impartial third party is quickly necessary when bilateral negotiations are at an impasse, for lack of concessions, and when litigation risks crystallising antagonisms. Conciliation offers this neutral space to try to find solutions of compromise, while respecting the law and without losing face.

Q.3 You defined the Court as a toolbox for the States: which work tools are necessary to prevent and solve conflicts?
E.D.: It is at the stage of prevention or “early warning” that the Court’s tools are most useful. It is a matter of patiently removing irritants, instead of allowing them to accumulate and becoming worse. The peaceful settlement of disputes, as its name suggests, implies a hope for good neighbourliness and a context of peace. International law has long distinguished between political and legal disputes. Admittedly, any legal dispute has a political background and any political crisis mobilises legal arguments. But the law cannot be a substitute for diplomacy in resolving open crises. Justice can only intervene on the margins, it seems to me, for well-defined issues, to “say the law,” to conduct fact-finding missions and investigations, to clarify situations, to establish responsibilities and provide reparations, to promote reconstruction and reconciliation. But even with these limits, the mechanisms offered by the Court of Conciliation and Arbitration retain all their relevance, they can promote the search for solutions, without slicing the Gordian knot, but with pragmatism, by making the law a compass.

Q.4 In 2008 you taught a course at the Academy of International Law of The Hague, on the very current theme of the “Contemporary Forms of Slavery”. Our city, on the Mediterranean shore, is on the first line for the reception of migrants coming from Africa and the Middle East. You intend the right as a tool that works for human dignity, but do you believe that Europe could do more on receiving migrants? Quite often we hear, even from some politicians, “Let’s help them at their homes!”. But, on careful observation, there is no more home, because de-stroyed by bombs: is the reception a fundamental step in order to guarantee peace?
E.D.: Since my course at The Hague Academy in 2008, the debate on human trafficking has moved, it seems to me, with several migration-related phenomena. I have seen this in the Committee on Enforced Disappearances with the phenomenon of missing persons, both in Latin America and in Africa and the Mediterranean, migrants themselves often being victims of trafficking, at the hands of traffickers or narco-terrorists. In addition, conflicts such as those in Afghanistan, Syria and Libya are creating new waves of displaced persons, exiles and asylum seekers. As you know, following the New York Declaration of 19 September 2016, adopted by consensus by the General Assembly, the members of the United Nations had endeavoured in 2018 to create a comprehensive framework around two components, a “Global Compact on Refugees,” led by UNHCR, and a “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration”, the Marrakesh Compact, which unfortunately gave rise to much controversy, in a very deteriorated international context. What needs to be stressed is the importance of a comprehensive approach, with a “360-degree” view, to mobilise all actors, with an enhanced coordination effort entrusted by the International Organisation for Migration. But crisis situations, such as the war in Ukraine, which created millions of internally displaced persons fleeing combat zones, or exiles, constitute a new challenge for neighbouring countries with the need to put in place collective protection, where the 1951 Geneva Convention refers only to an individual asylum. Here again, it is to be hoped that peace will allow families to reunite and rebuild their country, but in many “failed states” it is an effort of sustainable development and inclusive democracy that is necessary in the long term, failing which the thirst for freedom and the attraction of Europe will prevail. The counter-example of Afghanistan, with the terrible situation of women, must serve as a lesson.

Q.5 Is the lack of fairness and justice a form of conflict?
E.D.: Yes, in my opinion, different latent conflicts, of low intensity one could say, should be the subject of a dispassionate approach, instead of waiting for open, sometimes violent, crises when it is much more complex to intervene urgently, in a situation of emergency. The Court has competence only for interstate disputes, but even in that context “equity” could have its place alongside justice, as the Stockholm Convention provides for this possibility with regard to arbitration, if both States so wished. There is often room for manoeuvre in the interpretation of the law by diplomats, but too often, owing to a lack of vision or will, officials leave the situation to deteriorate. An old French politician said that “there was no problem that a lack of solution could not solve.” He was wrong, that is the policy of the ostrich. Of course, we must have priorities and avoid lost battles, but we must also offer clear perspectives, not neglect warnings and not give in to outbidding, we must above all not humiliate the peoples.

Q.6 Assembly n.134 of 20 December 1993, on the National Institution for the Protection and Promotion of Human Rights (Paris Principles), France created the French Consultative Com-mission for Human Rights of which you were the promoter. Potential and limitations of this tool?
E.D: I was a member for 30 years of the National Consultative Commission on Human Rights (Commission nationale consultative des droits de l’homme – CNCDH), which allowed me to see the birth and development of the network of the National Institutions of Human Rights (Institutions nationales des droits de l’homme – INDH), particularly on the occasion of the World Conference on Human Rights in Vienna in 1993. The network has been structured and diversified since then, within a Global Alliance (GANHRI) recognised as a player in its own right, which was not obvious at the beginning! The risk of such a consecration is to become an increasingly burdensome bureaucracy, losing the initial spirit where all the components were involved in the exchanges, in completely independent manner.

Q. 7 Do you think that there is a “peace right”?
E.D.:The aspiration for a world free “from poverty and terror” is the basis of the Universal Declaration of Human Rights, which states in its first preamble that the recognition of human rights “constitutes the foundation of justice and peace in the world.” In other words, there is a close link between democracy and peace, human rights and justice. Should we go further and talk about a “right to peace” by designating holders and debtors of this new right? This is a political debate, the flaws of which I have seen in the agenda of the Advisory Committee of the Human Rights Council. If we look at States, the best framework remains the Charter of the United Nations with collective responsibilities for the maintenance of international peace and security, including in the field of disarmament. Transforming fundamental principles of international law into individual or collective “human rights” would, in my view, bring nothing. The only basis on which an individual right to peace would make sense is in the recognition of conscientious objector status, a subject on which NGOs, such as the Quakers, have always been at the forefront. Another particularly useful approach is that of education and the culture of peace, in the spirit of article 26 of the Universal Declaration, which aims “to promote understanding, tolerance and friendship among all nations (…) as well as the development of the activities of the United Nations for the maintenance of peace.” This is a whole field of action and reflection, in the face of warmongering propaganda, revisionism and hate speech. It also requires a common vision of history, of European history as well as of world history. It is better to devote ourselves to the “conditions of peace” through education and culture, the promotion of the rule of law or the implementation of the Sustainable Development Goals, than to the establishment of a theoretical right, without taking hold of the power relations and even risking of being misused, as we have seen it with the peace movement, during the cold war.

Q.8 – During your tireless commitment to peace and human rights, you have been nominated as a member of the UN Sub- Commission for the Protection and Promotions of Human Rights and rapporteur on two important subjects: justice’s administration by international military courts and the universal application of international treats on human rights. Recently, OSCE has expressed itself regarding Ukraine’s situation and the alleged crimes committed by the Russian Army. What is the reality of this conflict?
E.D.: You will understand that I do not comment in detail on the current situation, but many international investigations have already taken place. This is the case of the three rapporteurs of the Moscow Mechanism for the Human Dimension who submitted their report on 13 April 2022. You also have the commission of inquiry established by the Human Rights Council, not to mention the investigation initiated by the ICC Prosecutor. Moreover, interstate disputes are pending both before the ICJ and before the ECHR. In all cases, it is essential that international crimes that have been committed, including war crimes and crimes against humanity, be independently and impartially investigated and prosecuted, regardless of the perpetrators. This applies, of course, to all parties to the conflict. Ultimately, the principles of truth, justice and reparation, with the “right to non-repetition” identified by Louis Joinet, as Special Rapporteur of the Sub-Commission on Human Rights, retain their full relevance The culture of violence and impunity contains in its seeds the tragedies of the future. Here, too, you have to face history.

Q.9 The last question, professor Decaux. Your commitment to Human Rights it’s achieved, firstly, through teaching and scientific research. You’re an educator, so we ask you what is the role of Universities in the search for peace? How is possible to train students to become high-level operators with a broad international perspective?
E.D.: For me, teaching and engagement as an independent expert are inseparable. Theory and practice mutually nourish each other, but of course we must avoid mixing genres: being a professor in international negotiations and engaging in activism in lectures! In Nanterre as in Paris II, I had the chance to teach in cutting-edge research centres and specialised postgraduate courses, with students and doctoral students from many foreign countries, which was an intellectual enlargement for me, like the courses done around the world. I remember today with particular nostalgia the courses given at the French University College (CUF) in Moscow and St. Petersburg. If I had any advice to give to students passionate about these issues, it is not to separate human rights from international law, we must have a generalist basis to move from education to enforced disappearances, from the right of landless peasants to military justice. That was the great lesson learned in the Sub-Commission, where new and essential topics – indigenous peoples, human rights defenders, extreme poverty, terrorism, transnational corporations and human rights – were being dealt with on a daily basis with particularly competent experts from all walks of life. This means, of course, having a good legal basis and a psychological sense of rules, but above all being able to listen to others, to create a work climate of trust, including with “adversaries,” to be faithful to its principles and to have empathy with the victims. The best apprenticeship for a student is to do internships with NGOs or diplomatic missions, to go to the field without forgetting the need for diplomas, whether it is a doctoral thesis or a lawyer’s title, to ensure his/her intellectual independence. This is what I continue to do within the framework of the René Cassin Foundation, which was created by the great French jurist following his Nobel Peace Prize awarded in 1968. We find there the old ideal of “peace through law” addressed to future generations, by offering specialised sessions in Strasbourg and around the world.

The interview with Prof. Emmanuel Decaux was conducted by Francesca Chirico, head of ADRMedLAB for ISMED Group srl.

PAROLE DI PACE – a colloquio con… S.E. CARDINALE FRANCESCO MONTENEGRO

PAROLE DI PACE – a colloquio con… S.E. CARDINALE FRANCESCO MONTENEGRO

Abbiamo chiesto al cardinale Francesco Montenegro, membro del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale un commento sulla difficile situazione fra Russia e Ucraina.

Uno scambio schietto e sincero, come nello stile del presule che in questo momento riveste un ruolo importante per il riconoscimento e la promozione della pace e della dignità dell’uomo.

Abbiamo conversato di pace e giustizia, armi e disarmo, negoziati e risoluzione del conflitto.

Cardinale, dopo Sarajevo non pensavamo più di sentire fischiare le bombe nel cuore dell’Europa e invece siamo ancora a contare vittime e danni. Come pensa sia stato possibile? Cosa non abbiamo imparato dalla storia?

Da quello che si vede, dalla storia abbiamo imparato poco. Probabilmente alcuni non hanno voglia di imparare per poter continuare a governare secondo le proprie logiche e i propri interessi e anche perché, purtroppo, vogliamo dividere il mondo in tante categorie.

Nel calcio ci sono le serie: serie A, serie B, serie C. Il mondo lo abbiamo costruito e vogliamo mantenerlo per gironi.

Nazioni di seria A, di serie B e di serie C: e questo porta chi è in serie A a prevaricare; perché, probabilmente anche spontaneamente, gli viene di prendere le decisioni autoritariamente, E quando si decide senza ricorrere al confronto e al dialogo, si decide contro gli ultimi, che sono quelli più facili da offendere e da eliminare.

Per cui io ritengo che sia un gioco spietato quello della guerra a cui gli adulti non si vogliono disabituare. Trovano interessante la guerra perché permette sempre al più forte di venire fuori.

Il Santo Padre si è espresso con fermezza contro la guerra e ha esortato a riprendere i negoziati. Vede spiragli? Cardinale: armare o disarmare con i negoziati di pace?

A me sembra difficile che si possa costruire la pace con le armi perché sono due realtà completamente diverse che cozzano tra di loro. Per cui, il problema non è costruire armi per mantenere la pace, ma eliminare armi perché ci sia pace.

Gli spiragli che ci possono essere dipendono dalla voglia di incontro e di trattativa dell’uno con l’altro.

Se io voglio creare dipendenza ho bisogno della guerra, se voglio cerare fraternità ho bisogno della pace. Se i più potenti impongono le ragioni della forza e non del dialogo ai più deboli, questo ci dice che la pace non si vuole

Non voglio usare un’espressione forte, ma l’Europa non è strutturata per vivere nella pace. Per dimostrare di essere strutturata per vivere nella pace deve rinunciare alla logica del profitto economico e mettere al centro, davvero, l’uomo. Il denaro divide la gente in gradini, chi ha di più sta più in alto e chi ha meno sta in basso e la preoccupazione del denaro fa scegliere il male. La speranza è che qualcosa cambi, che ci si renda conto che l’Europa è per il bene comune, non per il bene di alcuni.

La mediazione degli Stati non può essere orientata alla ricerca dei benefici economici ma al mantenimento della pace. Finché gli Stati intervengono nei negoziati per mantenere il mondo in uno stato di allerta finalizzato alla vendita delle armi che fabbricano, non potranno esservi veri negoziati di pace.

Le trattative si fanno in due: bisogna sedersi con la determinazione di andare incontro all’altro. Ecco, la speranza di tutti è che prevalgano le ragioni del dialogo perché si trovi un accordo a vantaggio non dei potenti ma della povera gente.

Viene in mente il drammatico radiomessaggio di Pio XII per l’imminente scoppio della Seconda guerra mondiale: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri negoziati non è mai precluso un onorevole successo».

Anche Parolin dichiara di essere convinto che ci sia ancora e sempre spazio per il negoziato ed ha offerto la disponibilità della Santa sede a fare da mediatore, a facilitare il dialogo perché – dice – bisogna fermare l’escalation e trattare”. La Santa sede può essere un interlocutore?

Domenica scorsa il Papa lo ha detto pubblicamente: la Santa Sede è disponibile a fare qualunque cosa purché si ottenga la pace. È soltanto da capire se gli altri la vogliono davvero: non solo la pace, ma la Santa Sede.

A questo proposito il Santo Padre ha inviato in Ucraina due cardinali, l’Elemosiniere Konrad Krajewski e Michael Czerny, prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale, di cui le i fa parte, e che si occupa anche dei rifugiati. Come mai questa scelta?

Il Papa li ha inviati come segnale. Ci sono le chiese diocesane, le chiese nazionali in prima linea, una mobilitazione per dare una mano, per aiutare concretamente la popolazione stremata. Ma la loro presenza è anche un segno che tutta la Chiesa universale, tutti i cattolici vogliono e cercano la pace.

E poi, in questo contesto conta anche l’informazione per sensibilizzare l’opinione pubblica. In Russia i giornalisti vengono allontanati senza mezzi termini. Addirittura, puniti se raccontano quello che sta accadendo utilizzando determinati sostantivi. È strano non dire che quello che sta avvenendo si chiama guerra…

C’è un problema di indifferenza globalizzata che conduce alle guerre?

Noi siamo saltati sulla sedia perché queta volta abbiamo la guerra alle porte di casa, in Europa. Eppure, nel mondo ci sono più di quaranta guerre attive; però, se sono lontane da casa nostra non ci interessano. Il rumore delle bombe tanto più ci allarma quanto più è vicino. Ma questa non è onestà.

Mi devo preoccupare perché vicino a casa mia scoppia la bomba? Ma anche lontano da casa mia scoppiano le bombe e questo mi deve interessare.

Stiamo assistendo a grandi aperture di leader politici da sempre riluttanti sui temi dell’accoglienza dei migranti. Lei ha fatto dell’accoglienza il tratto distintivo del suo ministero ed anche nel suo ruolo all’interno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il riconoscimento della dignità dell’altro è centrale. Le faccio una domanda diretta: pensa che alcuni distinguano fra profughi di serie A e profughi di serie B?

Siamo tutti disponibili ad accogliere gli ucraini e questo per noi è un imperativo, questo è il bene. Un bene per noi naturale, perché sappiamo che l’accoglienza di chi scappa dalla guerra è un dovere.

Attenzione! Perché se mentre accogliamo i fratelli ucraini rifiutiamo gli altri dobbiamo chiederci: ma che accoglienza è? Accolgo chi mi piace? Ma l’amore non è per chi mi piace, l’amore è per tutti.

Ci siamo accorti anche in Polonia che chi aveva il colore della pelle diverso non poteva attraversare il confine, non poteva salire sul pullman. Vi chiedo: ma anche in un teatro di guerra dobbiamo distinguerci dai colori? O quello che ci unisce è l’essere uomini? Ed è uomo quello dell’Ucraina e quello della Nigeria. Questa contraddizione nel tempo, la pagheremo.

Fra poco, finita la nostra chiacchierata torniamo, lei ai nostri tavoli di negoziazione: lei a quelli internazionali e noi nel piccolo tavolo di mediazione al quale oggi siederanno prima due fratelli per una divisione ereditaria e poi due dirimpettai per una lite condominiale.

Grazie per averci fatto allargare lo sguardo a dimensioni più grandi e universali.

Non è banale il lavoro che fate ogni giorno, anzi. Sono i piccoli tavoli quotidiani ai quali si costruisce la pace che garantiscono il raggiungimento di una pace universale. Mettere d’accordo i vicini, educa al rispetto delle ragioni dei lontani.

L’intervista a S.E. il Cardinale Francesco Montenegro è stata realizzata dalla dott.ssa Francesca Chirico, responsabile ADRMedLAB per ISMED Group srl.

Comunicato

Comunicato

La Rete delle Università per la Pace,

profondamente preoccupata da quanto sta avvenendo in Ucraina, animata dalla convinzione che l’attenzione alla costruzione e al consolidamento della pace con mezzi pacifici sia vocazione costitutiva dell’Accademia,

certa che un’azione diplomatica forte e immediata, condotta in buona fede da tutte le parti, sia l’unica strada per affrontare la complessità del conflitto in corso,

  • si associa all’appello del Segretario generale delle Nazioni Unite del 23 febbraio sul rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite, sulla necessità di stabilire il cessate il fuoco e di intraprendere la via del dialogo e del negoziato
  • ribadisce con fermezza l’importanza della pace e del dialogo quali valori insostituibili per la convivenza fra i popoli e condanna ogni atto di violenza e di prevaricazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali,
  • esprime autentica solidarietà per le persone coinvolte e particolare vicinanza all’intera comunità accademica tanto in Ucraina quanto in Russia,

seguendo il corso degli eventi, valuta la possibilità di attivarsi per incoraggiare azioni concrete a beneficio e sostegno di colleghi e colleghe, nonché di studentesse e studenti, vittime della situazione,

chiede che sia facilitato il ritorno delle studentesse e degli studenti stranieri presenti nelle zone del conflitto

Presentazione Rete universitaria per la Pace

Presentazione Rete universitaria per la Pace

10 dicembre 2020

RUNIPACE è stata creata con la mission di promuovere, all’interno e all’esterno della comunità universitaria, una riflessione sulla responsabilità sociale di tutte le discipline con attenzione alla costruzione e al consolidamento della pace con mezzi pacifici come vocazione costitutiva dell’Accademia e come perno delle attività di ricerca, didattica, formazione e terza missione, ispirando le proprie attività di studio, ricerca, insegnamento, divulgazione e testimonianza ai valori della nostra Costituzione, della Carta delle Nazioni Unite, dei Trattati istitutivi dell’Unione Europea, dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, del Consiglio d’Europa.

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